Dio stramaledica i taroccatori….
Di un vino ci aspettiamo sostanzialmente tre cose: che sia buono o almeno piacevole, che esprima legami con il territorio dove viene prodotto, che non faccia male.
Non sono parole mie, le ho sentite da Sandro Sangiorgi ad una degustazione da lui tenuta la scorsa settimana.
E mi scuso se le ho trascritte come le ricordo a mente, con licenza di imprecisione.
Neanche a farlo a posta scoppia l’ennesimo scandalo tutto italiano questa volta sul vino taroccato. Uno scandalo a più facce: da una parte il vino in tetrapack da due soldi taroccato nel modo più classico. Tra il 15 ed il 20% di vino nel cartone, il resto acqua, zuccheri e varie correzioni chimiche. Una taroccatura vecchia come le osterie, i tempi cambiano, ma i poveracci beccano sempre le stesse fregature, non è più l’oste ad aggiungere l’acqua al vino. Ora ci pensa direttamente l’industria. La rivoluzione industriale a qualcosa è servita.
E comunque mi viene da dire: ma che pensavate in un vino che costa 80 centesimi contavate pure di trovarci il vino?
Nel vino da 80 centesimi quindi non cerchiamo legami con il territorio, che sia buono neanche a pensarlo, ora sappiamo per certo che fa anche male.
La seconda faccia dello scandalo è più subdola e apparentemente meno grave. In realtà è l’ennesima terrificante mazzata per l’immagine del made in Italy.
In Toscana pare (pare……) che taglino il brunello di Montalcino con Cabernet Sauvignon e Merlot. (E chissà che non ci sia anche del Syrah).
Ognuno fa il vino come gli pare si potrebbe obiettare.
Si, se non esistesse un disciplinare che impone l’uso del Sangiovese grosso al 100%.
Peccato veniale? In fondo usare un pizzichino di uve non ammesse cosa volete che sia. Neanche per niente. Peccato gravissimo, anzi vero e proprio emblema del peccato originale del Brunello. Che dovrebbe essere un vino simbolo e che invece simboleggia il nulla.
Parliamo chiaro: che moltissimi Brunelli, anche tra i più famosi, fossero corretti con altre uve lo sapevamo tutti, troppi indizi univoci: colori che il Sangiovese non produce mai nel bicchiere, intensità cromatiche che non sono proprie di quell’uva, profumi che il Sangiovese non regala neanche in kentucky, avvolgenze e morbidezze sospette.
Ma perchè mi chiederete, perchè taroccare un vino che viene da un’uva magica, da un territorio magico, da una tradizione magica?
Perchè scontiamo il peccato originale del Brunello.
Perchè il Sangiovese è un uva magica, ma non è un’uva facile se qualcuno ha mai bevuto i i Brunelli rigorosi, ne cito due su tutti Soldera e Biondi Santi, sa che sono vini difficilissimi in gioventù, meravigliosi ma difficilissimi, duri, scontrosi chiusi, acidi, ostici. Di quella durezza e scontrosità che solo i purosangue sanno ostentare con eleganza. Vini con capacità di invecchiamento mostruose. Vini da sogno. Buonissimi, legati al territorio e che non fanno male.
Vini che il mercato assorbe senza problemi, ma che destina ovviamente al consumo di nicchia.
Il mercato, e i produttori, però chiedono vini pronti, con un nome che faccia sognare e che evochi molto, ma pronti, docili, solo con quel minimo di difficoltà di approccio che consenta di qualificarli come “vinoni”. E quindi qualche piccola correzione con un uve più facili da addomesticare, più adatte al gusto corrente, ed il gioco è fatto. Abbiamo un grande nome ed un piccolo vino. Un grande nome riempe la bocca più di un grande vino nella logica del marketing.
Il gioco solitamente funziona, fino a che non si inceppa qualcosa, e allora magari a qualcuno può anche venire in mente che se un vino non deve più nulla al suo territorio ed alle sue origini, se il legame che ha con la sua storia e la sua essenza profonda viene anzi reciso di netto perchè è divenuto solo un peso, allora quel vino genericamente buono, ma impersonale, si potrebbe, come effettivamente si può, ragionevolmente produrre anche in Kentucky, si potrebbe anche confezionarlo in tetrapack, magari non a 80 centesimi,ma sicuramente non a 40 euro. Si potrebbe.
E non vi preoccupate che tutti gli appassionati del Made in Italy in giro per il mondo queste cose le pensano o le penseranno tra poco. E a questo punto vorrei vedere come potremo più difendere il parmigiano dal Parmesano cheese, o la mozzarella, o i pomodori di Nola o quant’altro. Perchè se comicia a montare il sospetto, o solo la suggestione,che questi prodotti così buoni, così legati al loro territorio, al quale devono tutto, il loro legame con il territorio lo hanno disconusciuto e rinnegato, allora quei nomi così evocativi, Montalcino o Chianti per il vino, Parma per il prosciutto e per il parmigiano, la Campania per la mozzarella e così via, diventano solo dei brand da etichetta. E le etichette belle ed accattivanti si possono fare ovunque. Anche in Cina. E con meno scandalo di quello da noi stessi innescato. Perchè i primi taroccatori siamo noi italiani, riusciamo a falsificare i nostri stessi prodotti aprendo la strada al resto del mondo.
E quindi Dio stramaledica i taroccatori, anche, e soprattutto quelli con i nomi importanti, anche e soprattutto quelli padroni del mercato.
Ma Dio ci scampi e liberi dal gettare i panni con l’acqua sporca. Perchè, ricordiamolo sempre, abbiamo dei grandi prodotti enogastromici in questo paese, più grandi dei loro stessi nomi e prendiamo spunto da queste vicende per imparare ad apprezzarli per quello che sono senza farci suggestionare, nel bene e nel male dai nomi, dagli scandali e dalle trovate di mercato.
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